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LEONAR:  
I passeggeri sono il pubblico, la musica è il panorama e la destinazione.



Ciao Leo, come ti presenteresti a chi non ti conosce?


Ciao!
Sono un dj/selector di un paesino vicino Ivrea, faccio parte di Ivreatronic e Aria Fresca e ho un programma radio su Radio Raheem. Fondamentalmente questo è.

Come sei entrato a contatto con il mondo del djing?


Si tratta di una passione/ossessione che ho da quando ho 12/13 anni circa. Sono passato in poco tempo da giocare e collezionare i Pokemon a fare la stessa cosa con la musica, mi ricordo che segnavo su un quadernino i titoli dei brani che sentivo in radio o sui canali tv delle radio (tipo m20 ahah) e poi andavo da un signore del mio paese a farmeli scaricare sul lettore mp3.
Per un bel po’ di tempo ho ascoltato musica elettronica così, non avevo internet a casa e non ero mai andato in una discoteca.
Mi ricordo, però, il momento in cui sono stato folgorato da questo mondo, qualche anno dopo questa prima fase di cui vi parlavo: era una festa di fine scuola in una piscina nei dintorni di Ivrea e nel palco 2 c’erano Denny e Luca Perino, due persone che sarebbero diventati poco dopo grandi amici. Proponevano un sound diverso da quello che avevo sentito fino ad allora, si trattava di deep/tech house che all’epoca mi sembrava la roba più figa del mondo. Diciamo che da lì ad ora è stato un lungo viaggio :)

Quali generi prediligi suonare? Ci sono stati cambiamenti a riguardo nel corso degli anni?


Non riesco a rispondere bene alla prima domanda, perchè nei miei set gioco a mescolare molti ritmi e musica di generazioni diverse. Di solito mi gioco la carta elettronica underground che vuol dire un po’ tutto e un po’ niente, ma va bene così. Riguardo ai cambiamenti sicuramente, ascolto tanta musica tutti i giorni da allora e l’orecchio cambia in continuazione. Mi piace l’idea che nella musica i giudizi alla fine valgano poco, mi ritrovo ad apprezzare oggi sonorità che magari 3/4 anni fa avrei giudicato inascoltabili e questo mi diverte molto.

Ci sono degli artisti (musicali e non) che ti hanno ispirato e che ti ispirano nel tuo lavoro?


Sì, il mio gusto si è formato a suon di filoni che via via mi hanno travolto. Direi che la prima corrente che mi ha folgorato è stata la minimal; in particolare le produzioni di Ricardo Villalobos mi hanno proprio aperto il cervello sulle possibilità sottili che la musica offre in tema di trance e sofisticatezza. Poi con Drexciya e l’electro di Detroit ho studiato a fondo quella che è la matrice (anche politica) di ciò che facciamo. Parallelamente sono andato in fissa totale con i Kraftwerk, ho fatto molte considerazioni filosofiche sui temi che loro hanno proposto. Apprezzo la loro unicità e la visione, così chiara, pura e cristallina. Entrando poi in Ivreatronic, il gusto e la visione dei miei amici mi ha molto ispirato in questi anni, diciamo che è stato fondamentale per plasmare il mio gusto in modo ancora più strutturato; da quel momento la mia ricerca e il mio approccio si sono decostruiti, ho abbandonato il genere e la ricerca in base ai filoni storici/culturali, iniziando a percepire la musica come un magma in continua mutazione e costante rimescolamento.

Tra i vari progetti di cui fai parte, c’è il programma Sottobosco che tieni mensilmente su Radio Raheem. Ti va di raccontarci di cosa si tratta e di spiegarci la scelta del nome?


Sottobosco nasce con l’obiettivo di dare uno spazio a tutta quella musica che di solito non si sente, che non viene molto considerata dai più, ma che c’è e a parer mio spacca. Il parallelismo col bosco, ambiente a me molto caro, mi sembra calzante.
Devo dire che mi piace molto fare un programma in radio, mi dà modo di sperimentare davvero con il sound senza la necessità di far ballare che percepisco facendo il dj. Inoltre, farlo con amici che reputo talentuosi e di grande sensibilità, è uno stimolo e un piacere.

Che ruolo ha la musica ambient nel tuo lavoro e, più in generale, nella tua quotidianità?


Credo sia la musica che ascolto di più durante il giorno, la ascolto anche adesso mentre rispondo alle domande. E’ un ottimo modo per rimpiazzare il silenzio e mi aiuta nella decompressione. Si potrebbe parlare per ore delle implicazioni spirituali che la musica ambient comporta, ma non voglio essere troppo noioso. In ogni caso, consiglio di approfondire la visione di Brian Eno, ma anche quella di figure come Iasos ad esempio, che in un modo un po’ fricchettone, ha elaborato concetti davvero interessanti sull’healing music ecc..

Fatevi questo trip: https://iasos.com/ :)



Una delle frasi del manifesto di hercole è “la quantità è tossica”. Per te, è una frase che regge in ambito musicale? E in quanto dj? Quale ruolo ha in un dj set la quantità di brani con cui poter lavorare?


Disporre di tanta musica è un privilegio, una ricchezza che va amministrata con parsimonia secondo me, perché il rischio di perdersi è alto.
Nella mia usb ho circa 7500 brani, troppi, alcuni non me li ricordo neanche ma un sesto senso mi dice di non eliminarli. Allora provo a organizzarli, organizzarmi con cartelle e sottocartelle, per non ritrovarmi in serata a navigare nell’oceano in tempesta con una zattera.
Per questo motivo sono abbastanza organizzato e in generale mi preparo molto e costantemente per arrivare pronto alle serate.
L’incubo di ogni dj è vedere che la traccia sta finendo e non sapere cosa mettere dopo nell’altro deck; qualche volta mi è anche capitato di sognarlo, preferirei evitare ahaha :-/

A proposito di quantità, come fai a orientarti nell’oceano di musica che esce ogni giorno? C’è un criterio con il quale definisci ciò che merita o ti basi unicamente sul tuo gusto personale?


Unicamente sul gusto. Per me la più grande goduria è quando, durante il processo di selezione musicale, aggiungo un brano a una playlist, e mi accorgo che l’avevo già inserito nella stessa playlist tempo fa.
Lì per me è, come diceva Calà, libidine. Il sistema funziona ancora, la prova del nove ha dato esito positivo, ci siamo.

Dedicate tempo a fare ricerca di musica. E’ una parte del vostro lavoro che troviamo estremamente affascinante. Qual è il tuo modo di fare ricerca? Quanto spazio temporale e mentale occupa per te e quanto poi deve essere bilanciata dalla musica live? Hai un modo specifico con cui archivi la musica che utilizzi o che ascolti?


La ricerca è parte integrante della mia vita da sempre, è un po’ il fulcro di quello che faccio. Le date in giro solo solo la punta dell’iceberg. Negli anni ho notato che il metodo più efficace è ascoltare musica diversa di continuo, che spazi nei generi, luoghi e artisti più disparati, e ogni volta che si trova qualcosa di interessante inserirlo nella rispettiva playlist in cui può star bene. Sono grande fan della serendipity.
I mezzi che uso di più sono Bandcamp, Nts e qualche blog.  

Che approccio hai durante i tuoi set? Hai una scaletta a cui fai fede durante tutta la serata o lasci spazio all’improvvisazione?


Dipende, di solito provo a immaginare il più possibile come sarà la situazione in cui mi troverò a suonare, facendo una cartella con tante tracce, ma lascio sempre un po’ di spazio all’improvvisazione. Se ti rendi conto che la situazione non è come te l’eri immaginata, devi avere sempre a portata di mano piano b e piano c, altrimenti non sei un dj. Così, brutale! ahahahah
Ovviamente l’esperienza fa tanto, gli anni insieme a Ivreatronic mi hanno insegnato tantissimo sotto quest’aspetto.

Qual è secondo te la differenza tra l’essere ascoltatori partecipi e subire passivamente la musica?



Credo che non ci sia molta distinzione. La musica tocca e altera, anche quando non la si ascolta attentamente. Immagina di andare a fare aperitivo con gli amici, ed essere focalizzato/a sulla chiacchiera e non sulla musica in sottofondo: beh, se la musica fa schifo prima o poi te ne accorgi e ti scazzi, mentre se la selezione è piacevole, tutto fila più liscio. Quando poi si ascolta attentamente, ci si mette banalmente in condizione di ricevere più imput, ma in ogni caso non credo si subisca mai passivamente la musica. La musica è forse ciò che il cervello elabora a partire da quel che recepiscono le nostre orecchie, la componente personale c’è sempre di mezzo. Qualche esperto di semiotica mi vorrebbe uccidere dopo queste affermazioni.



C’è secondo te qualcosa che si può fare per stimolare la curiosità e di conseguenza aiutare le persone ad aver voglia di educarsi musicalmente?



Proporre situazioni e contesti di apertura: è in questo che socialità, politica e musica secondo me si incrociano, nell’atteggiamento e nella propensione che una realtà può avere verso l’altro.

Quanto è importante per te e quanto influisce la presenza del pubblico nel tuo lavoro di dj?


Beh fondamentale, noi dj siamo a servizio della musica, per far passare delle ore interessanti al pubblico.
Vedo in questo triangolo la figura del dj come il tassello che deve avere meno rilevanza, siamo semplicemente un  mezzo la cui benzina è la sensibilità, i passeggeri sono il pubblico e la musica è il panorama e anche la destinazione.

Da spettatori, è possibile percepire un certo tipo di energia durante una serata, energia creata da diversi fattori oltre che dalla musica dell’artista. Quali sono gli ingredienti che influiscono maggiormente nel raggiungimento di una bella atmosfera? C’è una serata in cui hai suonato che ti ricordi in modo particolare per questo motivo? Dove ti trovavi?


I fattori sono tanti, quando si viaggia come crew, come nel caso di Ivreatronic, ma anche quando si è realtà piccole e concentrate come Aria Fresca. Ci sono dinamiche interne ed esterne che hanno tutte la loro rilevanza. C’è da dire però, che quando tra di noi c’è alchimia, quando chi ci ospita ci rispetta facendoci sentire a casa e in generale quando stiamo bene, si scatena un’ energia stupenda. Succede spesso: mi vengono in mente la festa che abbiamo fatto la scorsa estate come Ivreatronic a Torre Canne, o la prima della scorsa primavera come Aria Fresca. In quei casi tutto fluisce dolcemente come l’olio, tutto si incastra, è una goduria.

Spesso quando parliamo di autorialità le prime figure che vengono in mente sono musicisti, cantautori ecc.. Che rapporto hai con l’autorialità in quanto dj e come pensi si possa costruire?


Ci sono dj che sono vere e proprie istituzioni, ho molto rispetto per la storia e la cultura dietro questo mestiere. Figure come quelle che citi tu, sono da studiare, rispettare e prendere di ispirazione, ma credo non debbano rappresentare dei giganti con il ruolo di incatenarci nella nostra incapacità di superarli. 
La vedo in questo modo: non si può violare delle regole senza conoscerle, queste figure sono i custodi originari di quel sapere, che però è giusto che si tramandi, evolva, cambi e contenga errori.
Per quanto riguarda la costruzione dell’autorialità non è una cosa che mi interessa o che credo vada costruita volontariamente. Ognuno deve fare il suo, farlo con rispetto e con il cuore, poi succeda quel che succeda.

“Intrattenimento, compulsione e anestesia convogliano le emozioni e dissipano le energie”. Quando suoni in certi luoghi ti senti responsabile di intrattenere le persone e di rispondere a un determinato contesto o puoi dare tu il via alla creazione di una certa vibe?


E’ un insieme di cose. Mettere i dischi credo sia una questione unicamente di sensibilità, è quindi fondamentale vedere chi hai davanti, il luogo in cui sei, la sua storia, e provare a dare una tua lettura della situazione in confronto ai tuoi gusti. Non la vedo come una performance, affatto, non sono io che suono e voi che ascoltate, siamo tutti che combiniamo un qualcosa e se poi si trasformerà in un bel ricordo, è merito di tutti e tutte.
La prima frase che hai citato può dare spazio a molte considerazioni. Quando ci affacciamo a una occasione sociale come l’andare a ballare, ci sono dinamiche personali e interpersonali che si mischiano; credo che l’energia, l’alchimia e forse anche la magia di cui parli tu, non debba essere dissipata e stritolata. Credo inoltre che ciò avvenga effettivamente quando le dinamiche emotive personali vengono meno, quando si è nel momento e ci si sente parte della festa insieme agli altri. Non so se mi sono spiegato, ma per me le feste riuscite bene sono così: quando si danza nell’euforia generale e si reagisce assieme agli stimoli come un unico essere.

“Felicità e successo deviano la ricerca di senso”. Nell’ambito in cui ti muovi, molte personalità vengono accostate al successo. Come ti relazioni con quest’area di significati?


Crescendo la mia percezione di successo e desiderio si è evoluta molto. Credo che il successo definitivo, almeno per il me di ora, risieda nella possibilità di operare con serenità nell’ambito della musica, avere il tempo di perdersi, ritrovarsi, assopirsi e poi ricominciare con gli esperimenti. Fare questo con tutte le persone e amici con cui collaboro.
Tutta una fetta di “conseguenze” del successo, tra cui i soldi e la fama, non mi interessano un gran che. Anzi, diventare famoso mi ha sempre spaventato, lo vedo come un grosso tranello e un gran sbattimento, ma direi che sono problemi che non mi riguardano.
Insomma, il desiderio è quello di svegliarmi un martedì qualsiasi di novembre e pensare alla musica fino a quando vado a dormire, e così sempre. Ovviamente in mezzo ci sono le faccende della vita da risolvere, ma se la musica e le persone che amo sono il piatto principale, ci siamo.




La musica ha un ruolo nella frase “il contatto è fondamentale”?


Può essere un agevolatore, ma non l’unico.
Sto iniziando, con un po’ di pigrizia, ad approfondire una serie di nozioni in ambito meditazione/respirazione/concentrazione. Si tratta di un mondo immenso, e la società in cui viviamo sembra faccia di tutto per farci perdere il contatto con la realtà, con la natura, con noi stessi, con gli altri.
La musica può portare rivoluzioni interne, collettive, sociali, ci sono figure come Pauline Oliveros che hanno approfondito proprio questi temi per anni, sviluppando teorie e pratiche  in cui credo abbastanza.

Ti capita di comunicare con la musica anche nei tuoi rapporti interpersonali?


Sì, anche se meno rispetto a qualche anno fa; mandavo molta più musica a caso ai miei amici, ora mi capita più di riceverla e mi fa sempre piacere, soprattutto quando me la invia Smara <3

Parlando di club culture, oggi viene in mente un certo tipo di estetica. Qual è per te il rapporto tra estetica e musica? Con estetica non ci riferiamo a un mezzo espressivo in particolare (immagini, fotografie, moda, grafica ecc..)


Ne sono abbastanza vittima devo dire, e devo stare attento a non farmi tradire dalle aspettative che certe etichette discografiche seminano, ad esempio nel modo in cui curano magistralmente cover, grafiche, blog ecc.. perchè non sempre la musica è all’altezza.
Il rischio è quello di “ascoltare con gli occhi”; chi fa musica figa, ma magari non ha un designer forte alle spalle che gliela sappia impacchettare, viene inevitabilmente penalizzato.

Chi vuoi raggiungere con la tua musica?


Chiunque abbia abbastanza voglia o interesse di ascoltarla.

Tra i vari progetti che porti avanti ci sono anche alcuni collettivi di cui fai parte, il più conosciuto è Ivreatronic. Oltre a quest’ultimo collettivo insieme ad altri dj eporediesi hai creato Aria Fresca. Ti va di spiegarci di cosa si tratta, chi sono gli altri dj e come nasce l’idea?


Aria Fresca è un’oasi musicale immersa nel verde, creata da Doc, Desabrè e da me circa due anni e mezzo fa, sulle colline di Chiaverano, vicino a Ivrea. Abbiamo iniziato a organizzare un party diurno perché sentivamo la necessità di avere uno spazio diverso da quello abituale in cui celebrare con una certa continuità il nostro amore per la musica, a due passi da casa. 
Il contesto della discoteca, soprattutto quello delle realtà presenti nei dintorni di Ivrea, non ci rappresentava né ci soddisfaceva, quindi abbiamo trovato La Rotonda, un luogo incantato in mezzo al verde.
Quando parlo di Aria Fresca come collettivo, non mi riferisco solo a noi tre, ma a tutte le amiche e gli amici che ci gravitano attorno e che, dando una mano nell’organizzazione, hanno avuto modo di approfondire e sviluppare passioni che già coltivavano. Un esempio è Cata, che si occupa degli aspetti multimediali/video/foto, ma anche Luci che ha ideato il nostro logo e l’identità visiva del progetto, o Cate, che recentemente è entrata a far parte del direttivo organizzativo, oltre a diventare ufficialmente nostra resident dj.
Organizzare le feste di Aria Fresca è estremamente soddisfacente: è stimolante, crea un terreno fertile per molte persone che, attraverso la nostra proposta, scoprono un certo tipo di sound e un contesto alternativo che, nella nostra zona, sarebbe stato altrimenti difficile intercettare. Un’ eccezione sono i party di Ivreatronic, che per diverse ragioni — soprattutto legate agli spazi — sono diventati nel tempo sempre meno frequenti. Negli anni poi, ci siamo tolti diversi sfizi, ospitando artisti come RHR, Wordcolour, Prest, XL Regular, Burago ecc.. a Chiaverano. Questa roba ci fa sempre molto ridere ma anche molto piacere.

Foto di Pietro Alferi / Grafica di Lucia Badalucco


Osservando un po’ il tuo lavoro, con Sottobosco e Aria Fresca emerge un senso di condivisione, la voglia di dare spazio non soltanto alla propria musica ma anche a quella di artisti e persone che si stimano. In un periodo storico e culturale nel quale l’individualismo ci soffoca, che significato ha per te questo tipo di condivisione?


E’ importante, mi sembra un modo di restituire qualcosa a persone e artisti di cui ho grande stima, che hanno lasciato tanto per la mia crescita, ma che magari non si sono trovate nel posto giusto nel momento giusto. Sono affascinato dai talenti incompresi e nascosti, Sottobosco nasce per questo, per scovarli e dargli spazio. Aria fresca, invece, nasce con l’obiettivo di farli crescere e fiorire, anzi, di crescere e fiorire tutti e tutte assieme. Sto vedendo amici che gravitano attorno alle nostre situazioni, parlo anche di Ivreatronic, appassionarsi, iniziare a sperimentare e giocare con la musica, ed è davvero una gioia, il motivo per cui facciamo tutto ciò.

Alcuni di noi hanno potuto sperimentare il clima in cui ci si immerge durante Aria Fresca o nelle feste di Ivreatronic. Ci si ritrova in un’atmosfera di non giudizio, di serenità, libertà e rispetto reciproco per le modalità con le quali ognuno sente di voler vivere la situazione. Come si crea un ambiente con queste caratteristiche e cosa possiamo fare tutti per favorirlo?


Provando a realizzare quello che sarebbe il party ideale in cui noi, da clubber, vorremmo partecipare. Provando a trovare soluzioni per far sentire le persone a loro agio.

Che legame ha, se ce l’ha, la tua musica con il luogo in cui vivi?


Un legame molto forte. 
Ti spiego il perchè. Analizzando i progetti musicali che più mi hanno appassionato negli anni, come ad esempio i Kraftwerk o l’Electro di Detroit, riuscivo a cogliere la perfetta connessione tra la musica e i luoghi in cui era stata creata: si tratta di unicità, connessione e coerenza.
Allora mi son chiesto: come dovrebbe essere la musica del posto in cui vivo? Che vibrazioni dovrebbe avere, che cosa dovrebbe evocare in me? Nel tempo mi sono abbastanza fatto un’idea a riguardo e mi sono reso conto che questo processo fungeva da specchio facendomi identificare in certe atmosfere e frequenze. Queste ultime le trasmetto in alcune puntate di Sottobosco e provo a farlo in toto nella musica che sto iniziando a produrre. Di solito, la musica che faccio la ascolto in loop mentre cammino nel bosco, luogo in cui mi sento a casa. Lo faccio per sentire se è tutto connesso o meno.

Chiediamo sempre ai nostri ospiti di immaginarsi una telefonata verosimile o fittizia che vorrebbero fare a qualcuno di reale, difficilmente raggiungibile o immaginario. A chi la faresti e cosa vorresti dire?


Su questo tipo di domande rischio sempre di dare risposte, che dopo poco tempo mi capita di smentire. Tutti quelli che mi vengono in mente non me li immagino a parlare al telefono con uno sconosciuto. Ci son tante persone in ambito musicale che mi piacerebbe scoprire, di cui mi piacerebbe intravedere i mondi interiori, ma faccio davvero fatica a sceglierne uno. Quindi ti rispondo DIO e in chiamata starei zitto.





hercole ETS
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